Miseria e nobiltà dello Stato italiano

Intervento scritto per la “Giornata del Mulino/Le Carte e la Storia”, 11 giugno 2021.

di Guido Melis

 

Il titolo di questa Giornata “Le Carte e la Storia-Il Mulino”, la ventunesima in 22 anni (saltata quella dell’anno scorso per via della pandemia) riproduce quello di una celebre commedia in napoletano di Eduardo Scarpetta (1887), poi trasferita nel remake cinematografico di Mario Mattioli con Totò, Sophia Loren e Carlo Croccolo (1954). La sequenza di Totò, don Felice Sciociammocca, che in un raptus affamato divora gli spaghetti con le mani, dimentìco dell’etichetta, è rimasta memorabile.

Miseria e nobiltà è un ossimoro (anche se dopo la fine dell’Ancien Régime ha corrisposto al declino progressivo di certe famiglie aristocratiche). Un ossimoro per parlare dello Stato italiano, nella sua storia lunga 160 anni.

Abbiamo invitato oggi a parlarne tre studiosi illustri, affidando ad ognuno di loro una libera riflessione a partire dalle rispettive aree di studi: le istituzioni nella storia e nel tempo di oggi, e le loro visibili debolezze (Sabino Cassese); le politiche culturali, e la loro evidente inadeguatezza (Salvatore Settis); la tutela dell’ambiente, e la sua contraddittoria realizzazione (Gabriella Corona).

Altre considerazioni e prospettive verranno certo dagli interventi di chi ci vede e ascolta: saranno brevi e sono già in parte prenotati. La Giornata, essendo come si dice “in remoto”, non potrà protrarsi come di consueto.  Quindi io terrò l’orologio sul tavolo e sarò rigoroso custode dei tempi.

Dunque la nobiltà. L’Italia ha alle spalle una grande storia. Sino alla scoperta dell’America almeno è stata al centro della storia universale. Senza voler risalire ai fasti di Roma, basterà ricordare quel Medioevo italiano che gli studi degli ultimi decenni hanno riscoperto e posto al centro di un reticolo di cultura europeo; e l’età dell’oro del Rinascimento; e i secoli successivi. L’Italia   possiede da sola una porzione rilevantissina (qualcuno dice dal 60 al 75 per cento, ma non esistono statistiche attendibili) dei beni artistici del mondo. Ha nel suo territorio una concentrazione di beni culturali straordinaria, che ne fa un caso unico su scala mondiale. Possiede vestigia e opere che si dipanano dall’antichità più remota sino all’età contemporanea, passando attraverso l’età romana, le grandi cattedrali del Medioevo, l’arte e la poesia del tempo di Dante, la scuola siciliana, Guinizzelli, Cavalcanti. E Giotto, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Boccaccio, Ariosto, Tasso, Caravaggio, Giorgione; e poi, venendo all’età contemporanea, Foscolo, Leopardi, Manzoni, la grande opera lirica da Verdi in poi. Ha prodotto Machiavelli e  Guicciardini, Leon Battista Alberti, Giordano Bruno, e venendo al Novecento basterà dire i nomi di Benedetto Croce, e di quell’originalissimo interprete del marxismo che fu Antonio Gramsci.  

Potrei continuare, ma non serve qui un catalogo necessariamente incompleto: ci siamo intesi. L’Italia moderna ha alle sue spalle una tradizione storico-culturale senza eguali. Esisteva come idea ben prima del 1861, grazie alla sua cultura e alla sua diffusione nei ceti colti europei. Il concetto di “Italia” era presente anche prima che nascesse l’Italia politica e statuale, perché si riferiva alla “civiltà italiana”. Fummo la mèta per secoli del viaggio di iniziazione culturale di personalità eminenti dell’Europa colta, come  - per fare un solo nome -  Goethe.

 

C’è un paradosso però. L’immenso patrimonio che ho appena evocato, il cui valore è stato approssimativamente calcolato in miliardi di euro (ma è anche questo un calcolo sicuramente in difetto, che non tiene conto dell’ambiente naturale, del clima, dei panorami, della cultura diffusa nei modi di vivere e di stare al mondo), non ha inciso sulla realtà delle nostre istituzioni.

La memoria storica, pure testimoniata in ogni regione del Paese dai suoi segni nel paesaggio e nel territorio, non ha agito virtuosamente nel determinate l’assetto delle istituzioni, non è entrata a farne parte.

Lo Stato italiano nasce tardi (ma questo ritardo non necessariamente avrebbe dovuto incidere negativamente: anche l’unificazione della Germania fu tardiva): nasce in fondo per l’abilità del suo grande artefice Cavour, che sa sfruttare abilmente il venir meno di un certo equilibrio internazionale; nasce con un processo di unificazione imperfetto, ben distante dalla geometrica simmetria del centralismo francese. È uno Stato debole, che non conosce la realtà italiana appena unificata, del resto sconosciuta a gran parte della nuova classe dirigente. Che a dire il vero non è essa stessa una vera classe dirigente nazionale unitaria, sicché si deve faticosamente creare un sistema politico di compromessi e transazioni continue tra spezzoni separati di classi dirigenti regionali.

Le nostre sono istituzioni povere. E quando dico povere non alludo solo alla politica della lesina che caratterizzò il periodo della Destra storica. Voglio dire povertà non solo di risorse finanziarie ma di idee, di fantasia, di progettualità. Quell’insopportabile odore di burocrazia che si respira da subito nelle istituzioni culturali italiane. La polvere che le copre e le ingrigisce.

Uno Stato afflitto perennemente (e lo fu almeno sino alla tragedia di Caporetto) dall’incubo di potersi dissolvere da un momento all’altro. Insicuro. Continuamente roso dalla ambizione di corrispondere a un ben diverso destino, cui si pretendeva troppo ambiziosamente lo candidasse proprio quella eredità del passato di cui parlavo prima, proprio quella disseminazione di monumenti, rovine imperiali, opere d’arte mirabili.

La miseria dello Stato da una parte, e la nobiltà di quel passato e di quella memoria dall’altra. Ma anche l’incapacità di quelle classi dirigenti, sino al fascismo ed oltre, di farci i conti, con quell’eredità: di  saperla gestire, conservare e infine – ecco il punto più difficile da realizzare, e infatti non fu realizzato mai – di porlo al centro della vita nazionale come elemento di identità. Una forte asimmetria: l’eredità plurisecolare e nobile degli antenati da una parte, l’attualità povera del presente dall’altra.

Una asimmetria che si è fatta sentire in tutti i periodi dell’Italia unita, influenzando quella che potremmo chiamare la psicologia diffusa degli italiani, o almeno delle loro classi dirigenti. L’idea che abbiamo di noi stessi, insomma.

 

Io penso, se posso inserire un tema solo apparentemente secondario, che da ciò sia derivato un’altra costante della nostra storia nazionale. Cioè che questa asimmetria abbia prodotto la scissione costante, durata per 160 anni, con brevi effimere interruzioni, tra intellettuali e istituzioni: uno dei deficit storici più gravi della nostra storia recente.

Parlo del vizio endemico della deprecazione letteraria dell’Otto-Novecento – lo si trova dappertutto, negli autori più distanti tra loro – sempre rivolta con un bersaglio: la miseria e la presunta grettezza borghese (o piccolo-borghese) dello Stato postunitario.

Il parlamentare mazziniano Giorgio Asproni, nel suo Diario, quando finalmente si va a Roma, città dei monumenti eterni, e vi si sistema il Parlamento a Montecitorio, scrive una pagina di fuoco contro quell’aula fatta costruire in tutta fretta per il Parlamento (l’aula Comotto, si chiamava, dal nome dell’ingegnere torinese che l’aveva realizzata), realizzata in legno come una capanna primitiva, umida, malsana, caldissima d’estate e freddissima d’inverno. Quale distanza – gli scappa di scrivere –  dagli splendori dei grandi palazzi delle istituzioni europee; quale insufficienza umiliante nel confronto con la grandezza della Roma antica o anche solo di quella dei Papi.

La critica rivolta da tanti intellettuali allo Stato (starei per dire da tutti, con la sola eccezione, per quanto illustre, di Croce); la continua polemica contro chi – governando nei vari momenti storici – non sentiva su di sé la responsabilità di realizzare il destino di gloria che era scritto nella eredità di Roma e dell’Impero (l’Italietta bottegaia della quale Giolitti divenne anche fisicamente il simbolo), sarà il leit motiv che accompagnerà tutta la nostra storia unitaria e che si risolverà nell’opposizione costante della cultura allo Stato. Non credo che una divaricazione così costante nel tempo e così radicale nei toni la si ritrovi in altri Paesi europei. Il dannunzianesimo, che fu una incubatrice fondamentale del fascismo, nasce da lì.

Il fascismo questo sentimento di delusione verso il vecchio Stato e le sue presunte o vere grettezze cercò di strumentalizzarlo, trasformandolo nel suo opposto, il mito dello Stato-potenza. Lo fece con l’abilità nel suo spregiudicato strumentario dei mezzi moderni della propaganda che tutti gli riconosciamo. Ma  la sua rovina finale, da regime di cartapesta qual era (macchina, sì, ma imperfetta) determinerà non solo la morte della Patria ma la morte stessa dello Stato.

 Ciò ha ulteriormente radicato nell’Italia del dopoguerra quel complesso di insufficienza, di minorità rispetto agli altri grandi Stati europei vincitori della guerra, che ha dominato a lungo lo spirito pubblico nazionale. La celebre frase di De Gasperi, a Parigi, davanti ai vincitori (“sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”) sottintende la consapevolezza di quella inferiorità. Non è solo la vergogna di essere stati fascisti: è che abbiamo le toppe ai pantaloni, e lo sappiamo.

 

Eppure c’era, se avessimo voluto, quella che definirei come l’argenteria di famiglia.

C’erano i monumenti, quelli architettonici e quelli letterari, unici e irripetibili; c’era il lascito plurisecolare della Chiesa, la sua immensa eredità cristiana, e dell’arte religiosa che l’aveva espressa; c’era la grande tradizione di un Paese nato unitario nella repubblica delle lettere molto prima del 1861, quando era ancora di là da venire nella coscienza del popolo.

 

C’erano quelli che a un certo momento della storia repubblicana chiamammo i giacimenti culturali (con un termine infelice e ambiguo, che in piena crisi petrolifera evocava  l’assenza dei giacimenti di materie prime).

Le politiche di protezione, conservazione e valorizzazione di quel lascito sono state indagate. Qui parlerà Salvatore Settis, che vi ha dedicato studi fondamentali. Citerò anche il bel libro di Lorenzo Casini, Ereditare il futuro. Dilemmi sul patrimonio culturale, edito dal Mulino nel 2016.

Ma per definirle, quelle politiche, dal dopoguerra a oggi, basterà semplicemente scorrere la lista dei ministri che vi sono stati preposti.

Prescindo dai ministri della Pubblica istruzione che a lungo esercitarono quella competenza. Mi limito al ministero autonomo, partendo dal fondatore Giovanni Spadolini, cui si deve riconoscere la visione di ampio respiro e la capacità di realizzarla nel progetto istituzionale.

 

Dico degli altri, suoi successori:  Mario Pedini (1976-78); Dario Antoniozzi (1978-1979); Egidio Ariosto (1979-1980); Oddo Biasini (1980-1981); Vincenzo Scotti (1982, da agosto a settembre); Nicola Vernola (1982-1983); Antonio Gullotti (1986-1987); Carlo Vizzini (1987-1988); Vincenza Bono Parrino (1988-1989); Ferdinando Facchiano (1989-1991), Giulio Andreotti (ma ad interim, 1991-1992); Alberto Ronchey (1992-1994), Domenico Fisichella (1994-1995), Antonio Paolucci (1995-1996), Walter Veltroni (1996-1998), Giovanna Melandri (1999-2001). Giuliano Urbani (2001-2005), Rocco Buttiglione (2005-2006), Francesco Rutelli (2006-2008), Sandro Bondi (2008-2011), Giancarlo Galan (2011, da marzo a novembre), Lorenzo Ornaghi (2011-2013), Massimo Bray (2013-2014), Dario Franceschini (2014-2018 e poi 2019-2021 e in carica di nuovo dal 2021), Alberto Bonisoli (2018-2019).

Dopo Spadolini e sino almeno a Ronchey, che pur venendo dal giornalismo aveva una sua linea precisa e una sensibilità verso i problemi a lui affidati, domina nelle nomine la casualità delle scelte, determinate da giochi di partito e di correnti. Nessuno o quasi di questi personaggi (farei due o tre eccezioni) ha lasciato una traccia.

Solo dopo la svolta del 1994 si registra un certo maggior peso dei titolari del ministero, ma – come sempre nella storia dei governi italiani – limitata dalla loro permanenza effimera nella carica.

 

Dietro questi ministri agiva un’amministrazione, dalle tradizioni nient’affatto disprezzabili: la vecchia direzione generale delle belle arti dell’età liberale, perpetuatasi nel fascismo, aveva accumulato competenze tecnico-culturali anche eccellenti, espresse nella presenza al vertice di importanti dirigenti; e ancora nell’età repubblicana aveva espresso una sua élite, capace di amministrare (forse meno di ideare, progettare, riformare: ma questo è un vizio congenito alla burocrazia italiana, Casini dice che un conto è conservare un altro valorizzare).

Poi il Ministero fu letteralmente sconvolto da un vento devastatore che trova testimonianza se si scorre la sequenza impressionante di riforme che lo hanno funestato, più forse di qualunque altro ministero. Una sequenza micidiale che ha modificato di volta in volta il rapporto tra il centro e la periferia, le competenze, le figure professionali privilegiate, gli obiettivi di medio e lungo periodo da conseguire, il peso delle singole componenti culturali che il Ministero dei beni culturali detiene tra le sue competenze (il balletto recente della competenza turistica ne è solo un esempio).

 

Siamo insomma a uno dei temi sul tappeto, e non solo nel Recovery Plan. Noi abbiamo in Italia un grande patrimonio, ma non la strumentazione amministrativa per amministrarlo.

Di più, non abbiamo ancora un’idea di come quel patrimonio debba essere valorizzato (non solo conservato, sono due cose molto diverse) al fine non solo di trarne profitto (il che è lecito ma non può essere lo scopo dominante) ma al fine di affermare – attraverso quel patrimonio – l’identità degli italiani di oggi.

Già, e qual è questa identità? Cosa vuol dire oggi essere italiani, cioè vivere all’ombra del Colosseo?

Ecco la domanda conclusiva. Questa identità a mio avviso è composita ma anche “dinamica”: è fatta, come fosse un mosaico, di tante distinte identità regionali, ognuna delle quali si radica nell’eredità dei territori; e cambia di continuo (penso ad esempio agli apporti che vi danno e vi daranno i nuovi cittadini italiani prodotti dai nuclei dell’immigrazione). Panorami e loro trasformazioni, ambienti naturali, insediamenti urbani, lingue e dialetti, letterature regionali, arte in tutte le sue espressioni, costumi, manifestazioni etniche e testimonianze antropologiche. Sono a i segni che la storia ha scritto, scrive e scriverà nel suo evolversi sul territorio. Un campo immenso costituito da molte tessere distinte ma insieme interconnesse: perché non esistono le storie regionali dai confini artificiosi che nell’Ottocento furono imbalsamati dalla famosa carta di Pietro Maestri; esistono invece contaminazioni, contagi, scambi. Terre di confine. Spostamenti determinati dal diramarsi delle reti di comunicazione e dalla mobilità dei gruppi e degli individui. Leonardo viveva in Toscana ma L’ultima cena la dipinse a Milano. 

Si può lasciare, come l’attuale legislazione stabilisce, la gestione di questo lascito culturale nella confusione di compiti tra Stato e Regioni? È il tema emerso con la pandemia per la sanità, vale per tutti i settori: anche per l’urbanistica e l’ambiente, di cui ci parlerà Gabriella Corona.

La geografia delle autonomie, sulla quale degli anni settanta del secolo scorso abbiamo disegnato le Regioni a statuto ordinario, sta cambiando profondamente. E sta cambiando proprio perché sono in atto, anche in virtù dell’avvento della rivoluzione tecnologica, profonde trasformazioni del modo stesso di fruire della cultura.

La dimensione virtuale ormai immanente in parte corregge l’antica modalità della visita turistica ai musei e alle mostre d’arte. Cambia, sta già cambiando, anche la modalità di fruizione: l’ultima volta che sono stato al Louvre ho visto la Gioconda, e mi è sembrata piccola e insignificante, lontana, e persino infelice, accerchiata com’era da frotte di giapponesi e bombardata dagli obiettivi dei loro cellulari. Forse aveva ragione Umberto Eco, quando scrisse che la Gioconda la si deve apprezzare nelle eccellenti riproduzioni o nei video ad alta definizione, giacché di persona, dal vivo, è diventata (proprio perché vista da tutti ma da nessuno “guardata”) “invisibile”.

Torno all’identità italiana. L’Italia è fatta di identità locali. Ma al tempo stesso però non è solo la somma di queste identità. Esiste, è esistita eccome, una civiltà italiana. Ed è questa civiltà oggi il vero passaporto per stare nella dimensione globale.

Non ci si può annullare come se si potesse vivere senza più radici né senso di sé stessi e di chi siamo, nell’universale rete del globale, che tutto appiattisce e uniforma.

Ma neanche si deve resistere come i texani a Fort Apache, aggrappati all’identità di un “locale”, sempre più piccolo e privo di orizzonti.

Quel che si prospetta è un processo di integrazione, fatto di scambi e acquisizioni, di modificazioni e insieme di fedeltà alle radici di ciascuno. Di contagi reciproci.

 Un’identità nuova, da cittadini del mondo, nella quale il Colosseo avrà il suo peso, ma bisogna che vi sia quella che Gramsci, in una lettera dal carcere, chiama la modificazione molecolare delle persone. Le donne e gli uomini non restano sempre eguali nel trascorrere delle generazioni, cambiano, si modificano, si arricchiscono di culture nuove. L’italiano nuovo, l’italiano degli anni Duemila, insomma, è ancora “da fare”, più o meno come ai tempi di D’Azeglio.

 

 

 

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